Il 4 marzo, credo che sarà un giorno stampato nella mia memoria per sempre, un po’ come il 30 agosto 1997, l’11 settembre 2001, uno di quei giorni in cui improvvisamente vivi qualcosa destinato a rimanere stampato nei libri di storia.
Avevamo accompagnato i bambini a scuola insieme, lo facevano spesso durante questo nuovo anno.
Ogni volta che i nostri orari lo permettevano, la mattina accompagnavamo Iacopo e Leonardo, nella scuola che avevamo scelto per l’inizio del loro nuovo percorso.
Leonardo al piano di sotto al primo anno della scuola d’infanzia, in una scuola colorata da festoni, disegni e due maestre con gli occhi diversi ma entrambi dolcissimi; Iacopo, al piano di sopra, affrontava il primo anno da grandi, alla scuola elementare, il primo passaggio che segna la vita.
Eravamo felici del nostro nuovo equilibrio.
Insomma, il 4 marzo.
Lavoravamo nello stesso centro, capita poche volte alla settimana che Simone si fermi a lavorare dove lavoro io.
Dopo il servizio del pranzo, mentre mettevo a posto i banconi ed infornavo le nuove pizze, mi si avvicina sconcertato: “dicono che chiudono le scuole” “ma dai, rispondo io, le scuole non chiudono mai, mica siamo in guerra!”
Mancavano 2 ore alla fine del mio turno, i bambini sarebbero stati presi dai nonni all’uscita, poi, il tempo di cambiarmi e correre da loro, sarei arrivata io.
Le voci continuavano ad essere insistenti, chiude la scuola, chiude la scuola.
E fu così che le maestre salutarono i bambini, misero nello zaino poche cose, perché tutti credevamo che sarebbe stata una breve pausa, giusto il tempo di isolare la questione.
Ricordo la felicità dei bimbi, domani non si va a scuola! Domani non si va a scuola! Nonni veniamo da voi! Cosa facciamo???
Noi adulti eravamo increduli, avevamo passato la settimana prima a sentire i primi termini a cui, nei mesi successivi ci saremo abituati : zona rossa, tamponi, paziente zero, isolamento, contagio.
Ma non pensavamo che tutto questo potesse cambiare la nostra vita così radicalmente, pensavamo che nel 2020 una cosa così piccola non potesse “fermare il mondo”.
La prima conferenza stampa. Altre parole.
Distanziamento sociale. Pulizia accurata. E poi parole che facevano tremare: terapia intensiva.
Va beh, i bambini saranno al sicuro.
I primi giorni trascorsero come delle vacanze di Pasqua anticipate, senza grosse paturnie.
Fu la seconda conferenza stampa a farci tremare davvero.
Altre parole: mascherine, chiusura, lockdown.
Lockdown, nessuno poteva più uscire.
I nonni non potevano più assolvere al loro compito.
Simone che passò la notte a inviare mail, avvisando che i centri commerciali erano chiusi.
Io che dovevo lavorare, il pane è prima necessità.
Ricordo in maniera sfocata quei giorni, le mascherine, i lavaggi delle mani compulsivi, l’amuchina sfregata velocemente, le persone e i loro carrelli stracolmi, gli occhi carichi di paura ed incertezza.
Le mie mani erano rosse dai ripetuti lavaggi, mi spogliavo fuori dalla porta per paura di poter contagiare i bambini.
Ricordo una delle prime notti, tormentata, alzarmi alle 4 e fare una doccia lunghissima, sanificarmi ogni dove e essere alle 6 sul posto di lavoro.
Tutto faceva paura, toccare un bancone, parlare vicino ad un collega, entrare negli spogliatoi, scambiare due parole. Le strade vuote, la polizia ovunque, le sirene accese.
Il condominio silenzioso e rumoroso allo stesso tempo.
Dovevamo parlare con i bambini, spiegare loro cosa stesse succedendo.
La scuola ci informava che sarebbero state predisposte delle lezioni on Line, un piano di didattica a distanza.
Dicemmo la verità, senza troppi giri di parole, e ci attrezzammo. Il tavolo della sala divento il punto scuola, allestito con tutto l’occorrente, pc, pennarelli, matite...
studiammo una routine tutti insieme, la appendemmo in cucina, era importante per dar sicurezza ai bambini, quella sicurezza che da un giorno all’altro avevamo tutti perduto.
Passarono i giorni, io e Simone grazie a ferie e permessi ci alternavamo con i bimbi ma sopratutto Iacopo iniziavano a dare segni di cedimento.
Era impaurito. Non voleva che uscissi.
Non voleva sentir nominare quella parola al telegiornale.
Inizialmente fare i compiti era l’unico momento che lo rasserenava poi iniziò a indisporsi.
Un giorno, scoppio in lacrime: non voglio che tu o babbo vi ammalate! Perché non state a casa? Stare a casa, dicono così! La gente dovrebbe farselo il pane.
Presi il congedo e passai del tempo con lui, ma il tempo era dilatato, sempre a casa, sempre noi, cucinavamo qualunque cosa, guardavamo film, un giorno addirittura giocammo a calcio in casa.
Poi arrivò la crisi di Leonardo, all'ennesimo video delle maestre, mi tirò il telefono urlando : “la scuola è chiusa! Basta!”
Da quel momento fu tutto un lamento "sono stanco", "non voglio fare niente", "voglio stare solo".
Mi spavento così tanto vederlo così che chiamai il pediatra.
Raccontai delle crisi isteriche di Iacopo e dell'apatia di Leonardo, e mi disse che reazioni del genere erano “normali” in un contesto simile, erano vere e proprie crisi depressive, e cosa avrebbero lasciato sui nostri figli non era dato saperlo.
L’incertezza, il cambio repentino, il non poter vedere nessuno se non attraverso lo schermo, non avere il contatto con gli altri, erano cose inconcepibili per dei bambini, che venivano rinchiusi tra 4 mura.
Se tutto questo inizialmente era una festa, dopo un po’, anche se d’oro, aveva il sapore della prigione.
E perché nessuno lo diceva?
Beh, c’erano cose più importanti. Le bare a Bergamo, il contagio che non si fermava.
Il virus che sembrava invincibile.
Passarono altri giorni, fatti di alti e di bassi, momenti tristi e bellissimi.
Momenti in cui ci siamo conosciuti profondamente.
Passarono conferenze stampa, nuove parole, nuove disposizioni. Ma nessuno, come al solito parlava di noi. Delle famiglie, dei bambini, di cosa sarebbe rimasto loro di questo tempo sospeso.
Preoccupata dalle loro regressioni, dai loro pianti e dai loro insoliti cambiamenti, decidi di scrivere a LA7 e fui ascoltata.
Ma poco fu detto.
E allora decisi di andare avanti, e coinvolgendo Erica decidemmo di scrivere al governo.
Dove era finita la vita dei nostri figli?
Dove la scuola?
Chi pensava a cosa potesse riservare loro il futuro?
Che mondo dovevamo affrontare?
Giorno dopo giorno, è partito così, con la speranza di cambiare qualcosa in questo paese. La frase che più è impressa è: non lasceremo soli nessuno.
In realtà, i bambini sono sempre stati soli. Sempre in questo paese. Considerati in appendice delle donne. Delle loro madri. Mai considerati nei loro bisogni. Nelle loro esigenze.
Mai visti come persone.
Basta che abbiano un gioco.
Un letto.
Un pasto.
Non basta! I bambini hanno bisogno di futuro.
Hanno bisogno di istruzione.
Di socialità. Hanno bisogno di adulti che pensano cosa possano provocare le azioni che subiscono.
Adulti che li proteggono.
Adesso hanno bisogno di scuola. Di una scuola vera. Di poter giocare.
Di abbandonare la paura e ricominciare a vivere.
Noi lo stiamo facendo, e intanto combattiamo perché non siano dimenticati mai più.
Martina, Simone, Iacopo e Leonardo